Dopo le palafitte: l'età del Ferro e i Salassi
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Fra la fine del villaggio sul lago di Viverone (poco dopo il 1400 a.C.) e la fondazione di Eporedia nel 100 a.C. passano più di mille anni. Questa pagina mette in fila quello che è documentato (dalla Paraj Àuta alla stele di Mazzè) e racconta chi erano i Salassi e come Roma li vinse.
Dopo il lago
Il villaggio sul lago di Viverone smette di essere frequentato poco dopo il 1400 a.C. e per alcuni secoli nel Canavese mancano abitati di grandi dimensioni. Nel X secolo a.C. gli abitati aumentano e occupano le cime delle alture: nell'Anfiteatro e sulla Serra ci sono ceramiche dal Truch di Lessolo, da Mongrando e da Pavone Canavese. Nel IX secolo a.C. il loro numero sembra calare, forse per un clima più freddo e per le difficoltà di attraversare i valichi alpini. probabile Per l'età del Ferro gli archeologi chiamano questa zona «areale taurino-salasso», dal nome dei Taurini e dei Salassi, i due popoli più importanti della seconda età del Ferro.
Fonti: Rubat Borel 2014, pp. 35, 38
La Paraj Àuta
Sul Brich Appareglio di Pavone Canavese, in piemontese Paraj Àuta, c'era l'abitato più importante del Canavese orientale. Frequentato dalla fine dell'età del Bronzo al V secolo a.C., ha restituito anche frammenti di bucchero etrusco: sono i più a nord-ovest finora noti. Attorno al 400 a.C. gli abitati d'altura di Belmonte e della Paraj Àuta vengono abbandonati. Secondo Rubat Borel alla fine del V secolo a.C. la zona di Ivrea fu toccata dai Celti che scendevano in Italia dal Gran San Bernardo, in particolare Boi e Lingoni. probabile
Nel II secolo a.C. la Paraj Àuta è di nuovo abitata per poco tempo: si sono trovati vasi a trottola per il vino, ceramica romana a vernice nera e una moneta romana di un magistrato del 147 a.C. Questa occupazione dell'altura sembra finire proprio con la fondazione di Eporedia. probabile
Fonti: Rubat Borel 2014, pp. 39, 41-42; Rubat Borel 2019, p. 85
La stele di Mazzè
La stele di Mazzè fu trovata nel 1988 sulla riva della Dora presso la diga, dove era stata riusata nel 1921 per costruire lo sbarramento; dal 2007 sta all'aperto nella piazza del paese. probabile Secondo Rubat Borel le stele lunghe circa 4 metri di Mazzè, Chivasso e Lugnacco erano segnali posti sopra tumuli funerari della prima età del Ferro. probabile Gambari, archeologo della Soprintendenza, ha datato la stele alla prima età del Ferro e nel 1993 ha proposto come cronologia più probabile il periodo fra VIII e IV secolo a.C. probabile
Per Gallo invece le tre stele non hanno un contesto archeologico e la loro lavorazione non permette una datazione sicura: potrebbero essere monoliti più antichi riusati nell'età del Ferro come segnali funerari. incerto Secondo Pipino l'importanza protostorica della stele, che pesa circa 2.500 chili, non è provata. incerto
Fonti: Gallo 2015, pp. 3-4, 8; Rubat Borel 2014, p. 40; Pipino 2017, p. 10
Chi erano i Salassi
I Salassi abitavano i territori di Ivrea, Biella e Aosta. Li nomina per primo Catone nelle Origines, a metà del II secolo a.C.: li dice «di stirpe taurisca» come i Leponzi. Le fonti antiche che derivano da Livio li chiamano Galli: Dione Cassio parla di «una tribù gallica», Orosio di «Galli Salassi». Nel I secolo a.C. appartengono alla cultura celtica di La Tène come il vicino Vallese: lo mostrano le pesanti cavigliere e armille in bronzo. Lamboglia, nel 1982, li riteneva invece una popolazione ligure sottomessa ai Galli nella parte bassa del loro territorio. incerto
Parlavano una lingua celtica che scrivevano con l'alfabeto di Lugano: lo attestano un frammento di ceramica della Paraj Àuta e iscrizioni su ceramica da Aosta. Le testimonianze più importanti sono le cinque iscrizioni funerarie della necropoli di Cerrione, degli inizi del I secolo a.C. Anche il nome Eporedia è celtico: Plinio spiega che i Galli chiamano «eporedii» i buoni domatori di cavalli. I toponimi Sala, Salasco, Salassa, Saluggia e Salussola, invece, non hanno nulla a che fare con i Salassi: vengono dal longobardo sala, «residenza di campagna».
Fonti: Rubat Borel 2014, pp. 42-43, 45; Rubat Borel 2019, pp. 83-85, 88; Plinio, Naturalis historia III, 21, 123 e III, 24, 134; Dione Cassio, Storia romana XXII, 74, 1; Archeomedia 2013, p. 2
L'oro e la conquista romana
Strabone scrive che nel paese dei Salassi c'erano miniere d'oro sfruttate dagli stessi Salassi: per lavare le sabbie dividevano l'acqua della Dora in molti canali e la toglievano ai contadini della pianura, così scoppiavano continue guerre. Nel 143 a.C. il console Appio Claudio Pulcro attaccò i Salassi: secondo Dione Cassio cercava un pretesto per ottenere il trionfo e usò come occasione la lite sulle acque per le miniere. L'epitome di Ossirinco pone la vittoria nel 140 a.C. probabile
Dopo la vittoria romana lo sfruttamento dell'oro passò ai pubblicani, gli appaltatori dello Stato. Nel 100 a.C. Roma fondò la colonia di Eporedia e solo allora organizzò il territorio. Dove fossero davvero le miniere dei Salassi è discusso: se ne parla nella pagina «Chi la pensa diversamente».
Fonti: Strabone, Geografia IV, 6, 7; Velleio Patercolo I, 15, 5; Rubat Borel 2019, pp. 83-84; Rubat Borel 2014, p. 41; Balbo 2018, p. 59
25 a.C.: la fine dei Salassi
Fino all'età di Augusto i Salassi controllavano i passi e facevano pagare il passaggio: Decimo Bruto, in fuga da Modena, dovette pagare una dracma per ogni soldato. Secondo Aime erano già stati attaccati nel 35-34 a.C. senza perdere il loro territorio; Rubat Borel ritiene invece che i Salassi vinti allora siano un popolo omonimo. incerto
Nel 25 a.C. Augusto mandò contro di loro Terenzio Varrone, che li attaccò da più punti insieme e li vinse. Gli uomini in età da combattere furono venduti come schiavi, con il divieto di liberarli prima di vent'anni. Strabone scrive che furono venduti all'asta più di 36.000 prigionieri e 8.000 guerrieri, portati a Eporedia. Sul luogo dell'accampamento di Varrone fu fondata Augusta Praetoria, l'odierna Aosta, con 3.000 Romani. Una parte dei Salassi si trasferì fin dall'inizio nella nuova colonia, come attesta un'iscrizione che li chiama «Salassi incolae».
Fonti: Rubat Borel 2019, pp. 87-88; Strabone, Geografia IV, 6, 7; Dione Cassio, Storia romana LIII, 25; Aime, pp. 5, 23
Quanto poco sappiamo
Fra il 400 e il 100 a.C. i ritrovamenti archeologici sono pochi e la cultura materiale dei Salassi è quasi sconosciuta: armi e anelloni vengono da collezioni senza contesto. Anche per la prima età del Ferro mancano scavi di abitati. Per questo molto di quello che sappiamo dei Salassi viene dagli autori antichi: Catone, Strabone, Plinio, Dione Cassio.
Fonti: Rubat Borel 2014, pp. 40-41; Rubat Borel 2019, p. 84
Fonti della pagina
- F. Rubat Borel, Ivrea e il Canavese nella preistoria e protostoria, in A. Gabucci, L. Pejrani Baricco, S. Ratto (a cura di), Per il Museo di Ivrea. La sezione archeologica del Museo civico P.A. Garda (ArcheologiaPiemonte, 3), Firenze, All'Insegna del Giglio, 2014, pp. 23-45.
- F. Rubat Borel, Incolae iugi. I popoli delle Alpi occidentali in storici e geografi dell'età di Livio, in «Preistoria Alpina», 49bis, 2019, pp. 81-91.
- E. Gallo, Menhirs o stele megalitiche? Le tracce sopravissute del megalitismo in Canavese, in «I quaderni di Terra Mia», 13, Castellamonte, Associazione Terra Mia, 2015, pp. (da completare) (nel file pp. 1-9). (divulgativa)
- G. Pipino, Il limes romano anti-Salassi dell'Anfiteatro morenico d'Ivrea, testo pubblicato su Academia.edu il 2 settembre 2017, pp. 1-39. (tesi spesso contro corrente)
- (autore da completare), Liguri o Galli? Sicuramente Celti: il caso dei Salassi, in «Archeomedia, l'Archeologia on line», VIII, n. 14, 16 luglio 2013, pagine non numerate (8 pp.).
- G. Aime, La conquista delle Alpi Occidentali. Augusta Praetoria e Augusta Taurinorum, Terra Taurina, anno (da completare), pp. 1-44 (divulgativa).
- M. Balbo, Lo sfruttamento delle risorse minerarie in area prealpina: il caso di Victimulae, in «Geographia Antiqua», XXVII, 2018 (Le Alpi degli antichi: rappresentazioni, itinerari, risorse), pp. 57-65.
- Strabone, Geografia.
- Plinio il Vecchio, Naturalis historia.
- Dione Cassio, Storia romana.
- Velleio Patercolo, Historiae Romanae.
